Molti sono gli additivi usati nella trasformazione dell’ uva in vino, ma la regina tra questi è indiscutibilmentel’anidridesolforosa
L’impiego dei fumi di anidride solforosa, prodotta dalla combustione di zolfo elementare o da minerali che lo contengono, per risanare fusti, tini e persino locali adibiti ad abitazione è una pratica molto antica. L’utilizzo dell’anidride solforosa in vinificazione è molto più recente in seguito alla pubblicazione degli studi  e dei lavori di Ventre, dei primi del 900 che l’impiego di questo additivo nel processo di vinificazione si affermò in modo definitivo. L’impiego massiccio inizia dopo la seconda guerra mondiale con lo sviluppo industriale.

  Negli ultimi anni si parla molto di vino e solfiti, soprattutto da quando la normativa italiana, con il D.Lgs. 114/2006, modifica del D.Lgs. 109/92, ha recepito la Direttiva 2003/89/CE, detta la Direttiva allergeni, entrata in vigore il 25 novembre 2003. Questa obbliga i produttori del settore alimentare a presentare in etichetta tutti i prodotti allergeni (e tossici), tra cui l’anidride solforosa e i suoi derivati (-formula chimica SOx - internazionalmente siglati con E220-E221-E222-E223-E224-E226-E227-E228). La normativa prevede che vengano riportati i solfiti in concentrazioni superiori a 10mg/l o 10mg/kg.

Sono stati fatti molti studi sulla tossicità dei solfiti, ma i risultati sono poco chiari e poco conoscibili. Vorremmo quindi chiarire i punti fondamentali che poi porteranno alla decisione sul loro impiego o meno, riportando semplicemente le informazioni frastagliate che si trovano a riguardo.

 

Cos’è l’anidride solforosa

L’anidride solforosa (o biossido di zolfo – SO2) è un gas incolore, dall’odore pungente. L’anidride solforosa e i suoi derivati, vengono impiegati, nonostante la loro elevata tossicità, come additivo in tutti campi alimentari, in particolare l’enologia. Si trova ad esempio in: baccalà, gamberi e conserve, crostacei freschi o congelati, frutta secca, prodotti sott’aceto e sott’olio, marmellate e confetture, aceto, vini, bevande a base di succo di frutta, funghi secchi, uve trattamento post raccolta, farine e fiocchi di patate,insalate trattate nei ristoranti con spray per mantenere un aspetto fresco,…

 

Gli effetti sul vino

Proprietà dell’anidride solforosa:

1)    Antisettico: le due principali attività antisettiche sono l’azione selezionatrice della microflora dei mosti e l’azione antimicrobica nella conservazione dei vini.

2)    Antiossidante: in presenza di catalizzatori combina l’ossigeno disciolto; questa lenta reazione consente di proteggere i vini da ossidazioni di natura chimica, come ad esempio l’ossidazione di alcuni polifenoli e di alcune sostanze aromatiche.

3)    Antiossidasico: inibisce l’effetto, e talvolta ne determina la distruzione, degli enzimi ossidasici nel mosto. Ne risulta una protezione per i mosti dalle ossidazioni prefermentative.

4)    Solubilizzazione: l'anidride solforosa a contatto con le bucce favorisce la diffusione delle sostanze coloranti poco polimerizzate contenute nei vacuoli, per mezzo di piccoli fori presenti sulle pareti cellulari, favorendo così la fuoriuscita degli antociani.

5)    Combinante: un impiego calibrato dell'SO2 migliora le qualità olfattive e gustative dei vini, in quanto questo conservante si combina con alcune sostanze di odore o sapore pungente, come l'acetaldeide e l'acido piruvico, rendendoli non più percettibili all'assaggio.

6)    Chiarificante: l'SO2 ha infine una blanda azione chiarificante, in quanto favorisce la coagulazione delle sostanze colloidali, incrementando il fenomeno della precipitazione spontanea delle fecce.

Le attuali normative fissano per l’Italia i limiti massimi a 160 mg/l per i vini rossi e 210 per i bianchi, 400 per i vini dolci. Il disciplinare biologico,invece, prevede le soglie di 60 mg/l per i vini rossi, 80 per i bianchi, 120 per i vini dolci, anche se il quantitativo consigliato è inferiore ai 20 mg/l.

Anche il lievito in fermentazione produce naturalmente deboli quantità di SO2, le dosi sono generalmente inferiori ai 10 mg/l e solo in alcuni casi superano i 30 mg/l.

 

Gli effetti sulla salute

Tossico per inalazione, corrosivo e irritante per le vie respiratorie e il tubo digerente, può provocare alterazioni nel metabolismo di alcuni amminoacidi e della vitamina B1. In particolare il principale effetto negativo dell’anidride solforosa, in individui non affetti da ipersensibilità, è connessa all’azione degradativa a carico della vitamina B1 (tiamina), la cui carenza nell’uomo può provocare significative alterazioni a carico del metabolismo degli zuccheri (diabete). (Antonio Posocco)

Già nel 1973 sono state evidenziate reazioni allergiche ai solfiti; esse si manifestano per assunzioni di dosi molto basse (dell’ordine del milligrammo) e riguardano principalmente i soggetti asmatici (dal 4 al 10 % degli individui). (Ribereau-Gayon)

“Nei soggetti sensibili ai solfiti si possono scatenare asma, difficoltà respiratoria, fiato corto, respiro affannoso e tosse. Tali soggetti devono limitarne il più possibile l’ingestione perché le conseguenze di una ingestione eccessiva possono essere particolarmente gravi e in alcuni casi fatali. Da qui le varie organizzazioni di controllo in testa la FDA (Food and Drugs Amministation - USA) hanno stabilito che gli alimenti (tra cui il vino) aventi un contenuto di solfiti superiore alla soglia di 10 mg/kg o litro devono riportarne il superamento in etichetta.” (Antonio Posocco).

L’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) ha stabilito, dopo accurati studi, la DGA (Dose Giornaliera Ammissibile) a 0,7 mg di SO2 giornalieri per kg di peso corporeo.

Tenuto conto della DGA la dose accettabile per l’uomo è compresa tra 42 e 56 mg per giorno in funzione del peso corporeo, compreso tra 60 e 80 kg. Attraverso il consumo di mezza bottiglia al giorno (375 ml) sarebbe possibile assumere una superiore quantità di SO2. Se il tenore di SO2 totale è al livello massimo autorizzato dalla UE, 160 mg/l per i vini rossi e 210 mg/l per i vini bianchi, la quantità di SO2 assunta con metà bottiglia è pari a 60 mg per i primi e 79 mg per i secondi.” (Ribereau-Gayon) Per quanto riguarda alcuni vini speciali, passiti e botritizzati (che possono contenere fino a 400 mg/l) la dose assunta con mezza bottiglia è addirittura di 150 mg di solforosa (pari a 2,5 mg/kg per una persona di 60 kg e 1,87 mg/kg per una persona di 80 kg).

“La conversione dei solfiti in solfati avviene durante il passaggio attraverso l’apparato digerente. Nello stomaco, dove il pH (la forza acida) è molto basso in fase di digestione, l’ossidazione è molto lenta, mentre risulta assai più rapida nell’intestino e nel sangue (pH subalcalino). L’irritazione gastrica dipende dal fatto che i solfiti, a reazione decisamente acida, liberano anidride solforosa, che provoca una sensazione dolorosa accompagnata a vomito se la dose di anidride solforosa ingerita supera i 3,5 mg/kg di peso (avvelenamento acuto). La trasformazione dei solfiti in solfati avviene grazie all’intermediazione di una emoproteina (solfito-ossidasi) che contiene molibdneno, abbondante soprattutto nel fegato e nei reni. La sensazione del famoso cerchio alla testa che si può verificare dopo ingestione di una dose significativa di anidride solforosa sembrerebbe proprio legata all’azione di questa emoproteina che impiegando sia pure in quantità limitate l’ossigeno nella formazione di solfati, delimiterebbe l’afflusso al cervello, che reagisce con la nota sintomatologia dolorosa.” .

 

Accorgimenti utili per ridurre l’uso dell’anidride solforosa nel vino
Nell’ottica di ridurre al minimo indispensabile la presenza di SO2 in vinificazione l’odierna enologia suggerisce di utilizzare uve sane e integre, raccolte preferibilmente a mano per essere riposte in cassette, opportunamente refrigerate all’interno di efficienti celle adibite alla frigo conservazione del prodotto fresco. L’utilizzo di celle di frigo conservazione in atmosfera controllata permetterebbe di evitare l’instaurarsi di fermentazioni indesiderate senza dover ricorrere all’impiego della SO2 mentre nel contempo consentirebbe di ridurre la velocità con cui decorrono sia lo sviluppo delle popolazioni microbiche sia i processi degenerativi responsabili della sovra maturazione e quindi della senescenza dell’uva utilizzata. È comunque consigliabile, prima di inviarle alla vinificazione, sottoporre le uve ad un’accurata cernita per eliminare dai grappoli le parti ammuffite o comunque lesionate. Infatti l’utilizzo di una materia prima in uno stato sanitario ottimale consente di minimizzare i rischi connessi alla presenza di micotossine e richiede l’impiego di quantitativi di SO2 nettamente inferiori per controllare lo sviluppo dei lieviti selvaggi che, eventualmente si siano riprodotti durante le fasi di raccolta e trasporto.

Nell’eventualità si debbano lavorare uve danneggiate da agenti fisici o microbici, conviene procedere a una rapida diraspa/pigiatura al fine di limitare la riproduzione dei lieviti selvaggi e per limitare la quantità si SO2 che comunque andrà addizionata e inoculare il mosto ottenuto con almeno il 5% in volume di un altro mosto già in attiva fermentazione per far si che la fermentazione inizi nel più breve tempo possibile.
Comunque l’uso di altri additivi (acido ascorbico e lisozima) ad azione sinergica e/o di pratiche enologiche adeguate (uso del freddo, gas inerti) permettono oggi di ridurre significativamente le concentrazioni di SO2. l’impiego del Lisozima (enzima ammesso nell’impiego enologico) sia in fase di vinificazione che di conservazione di un vino bianco potrebbe consentire infatti di ridurre le dosi di anidride solforosa necessarie per limitare la proliferazione dei batteri lattici. Adottando questi accorgimenti, un tenore di SO2 non superiore a 100 milligrammi/litro dovrebbe essere più che sufficiente a garantire, una sufficiente stabilità al prodotto. Per quanto riguarda infine i vini per la preparazione di spumanti, sono state in passato impiegate dosi eccessive di SO2 che non sempre appaiono giustificate.
Il rapporto esistente in un vino finito tra anidride solforosa libera e combinata permette di formulare alcune ipotesi inerenti lo stadio della lavorazione in cui questo additivo è stato impiegato. Infatti, un vino dotato di un elevato tenore di SO2 combinata probabilmente deriva da un mosto con dosi elevate di SO2, mentre al contrario, una sua ridotta presenza potrebbe indicare come questo additivo sia stato aggiunto preminentemente al vino finito. La dose di anidride solforosa libera richiesta nella stabilizzazione del prodotto finito corrisponderebbe in questo caso, a un basso livello di anidride solforosa totale. Nei vini spumanti, e in particolare nei prodotti contraddistinti da un elevato residuo in zuccheri (spumanti dolci e semi dolci) la maggior parte dell’anidride solforosa viene ritrovata in forma combinata.

Nel caso dei vini rossi, i tenori di SO2 possono essere notevolmente più ridotti rispetto a quelli necessari a stabilizzare i bianchi. La maggior parte di questi prodotti subisce infatti, la fermentazione malo lattica e pertanto questi vini risultano sufficientemente stabili, specie se conservati in ambiente privo si ossigeno quale è quello assicurato dalla bottiglia commerciale. Soprattutto i prodotti più prestigiosi (vini dolci liquorosi) della Francia, della Germania e di altri paesi vengono ammessi tenori di SO2 veramente significativi (fino a 400 milligrammi/litro) I vini italiani vengono esclusi da queste deroghe (salvo alcuni passiti per i quali è ammesso un tenore massimo pari a 300 milligrammi/litro)

Vinificazione in assenza di anidride solforosa: difficoltà ed accorgimenti
Un vino di qualità si programma a partire dal vigneto. È necessario tornare ad una viticoltura senza chimica e a un’enologia meno “tecnologica” per avere vini più tipici, unici, inimitabili, finalmente vera espressione di quello che i Francesi definiscono “terroir” in netto dissenso con la standardizzazione e omologazione della maggior parte dei vini in commercio.
La coltivazione deve essere rispettosa della zona (terroir) e del vitigno, evitando forzature come irrigazione, concimazioni chimiche e antiparassitari sistemici che tendono a stimolare produzioni quantitative della pianta a scapito di quelle qualitative e a modificare quel rapporto terreno/pianta/ clima che è la condizione indispensabile per lo sviluppo di una pianta forte che produce uve sane, equilibrate e ricche, uniche, inimitabili e soprattutto identificabili. (annata)
La vigna a conduzione biologica seguita con impegno, (quindi con un alto grado di consapevolezza) può garantire la produzione di uve di ottima qualità e salubrità.
La raccolta delle uve deve cambiare radicalmente. Deve essere manuale, accurata, delicata (le parti che presentano delle imperfezioni vanno tolte) e i grappoli riposti in piccoli contenitori, (plateau) devono raggiungere la cantina nella loro integrità.
Per ottenere un vino integrale e medicinale di qualità, bisognerà applicare quei procedimenti che rispettino, il più possibile, la costituzione naturale del mosto, che altro non è che il succo contenuto negli acini dell’uva.

Il lavaggio delle uve è una pratica innovativa messa a punto dall’azienda Torboli Cantine Naturali di Tenno (TN) in collaborazione con il Dott. Enologo Lovat di Verona che consente di eliminare le impurità aggregatisi nel raspo e nelle bucce (cariche microbiche, sali minerali indesiderati, particelle radioattive, componenti tossici, residui di antiparassitari, inquinamento atmosferico e residui terrosi). La vite nel suo ciclo vegetativo e produttivo viene investita oltre dai trattamenti antiparassitari, (anche di origine naturale rame e zolfo) da contaminazioni tossiche portate dal vento e dalle precipitazioni atmosferiche. Le contaminazioni esterne comportano un preoccupante e grave inquinamento, attualmente sottovalutato, (perché impercettibile) che merita invece una particolare attenzione. Non bisogna dimenticare che il vino dopo l’avvenuto processo fermentativo, ha una spiccata proprietà solvente, essendo una matrice idroalcolica acida, di conseguenza, può reagire con gli elementi cui viene in contatto. Affermato che il succo all’interno dell’acino è esente da impurità ed è sterile e per evitare che questo venga inquinato dalle sopraccitate contaminazioni tossiche, nelle operazioni di ammostatura e di estrazione, viene promossa una innovata tecnica per il lavaggio della uve. Successivamente asciugate e sterilizzate con lampade ultraviolette, se l’uva è a bacca bianca viene immessa in una speciale pressa tecnica, per l’estrazione del suo contenuto liquido.

Il mosto viene decantato, refrigerato e avviato alla fermentazione controllata senza addizionare anidride solforosa o altri additivi chimici. La stessa sequenza operativa viene ripetuta per le uve rosse, le quali, invece vengono immesse in una diraspatrice-pigiatrice e trasferite in vinificatore. Il ciclo fermentativo, con la temperatura controllata verrà costantemente seguito da un tecnico. Si ritiene doveroso affermare, che con questa tecnologia di vinificazione, che ammette solo trattamenti fisici, è possibile ottenere vini stabili per limpidezza per il potenziale di ossido riduzione, escludendo precipitazioni metalliche, proteiche, tartariche, ossaliche, ecc. I vini ottenuti con questa tecnologia, vengono stoccati e protetti in contenitori abilitati a ricevere un gas inerte cioè l’azoto tecnico, quale valido e moderno elemento di impiego a protezione degli alimenti e nella prevenzione dagli effetti degenerativi dell’ossigeno. Purtroppo i fenomeni ossidativi modificano nei vini il colore la limpidezza il profumo e il gusto. La stabilizzazione dei vini dalle ossidazioni è un problema che più di ogni altro affligge il tecnico, perché è enologicamente inammissibile collocare al consumo, vini ossidati o tendenti a questa alterazione. Con l’impiego dell’azoto, si evita di turbare la limpidezza, il colore, ed e il sapore del vino, perché l’azoto ha facoltà di liberare il mosto e il vino dall’ossigeno assorbito in varia misura (aria, ambiente) durante le operazioni di cantina. È stato osservato che la qualità dei vini conservati sotto pressione di azoto è superiore a quella dei vini stoccati abitualmente: si constata un miglioramento dell’aroma in intensità e in finezza. Altra prevenzione importante è lo stato sanitizzante dell’ambiente cantina. L’ambiente operativo dev’essere protetto da contaminazioni di natura microbica, che lambiscono le superfici dei contenitori, degli attrezzi, delle apparecchiature, dei pavimenti, delle pareti ecc.

Vino come alimento

Un vino cosi ottenuto acquista un valevole significato come integratore alimentare e un meritevole inserimento nella dietetica clinica (esaltando le proprietà medicamentose dell’uva) un vino più ricco nei suoi componenti antiossidanti (polifenoli e soprattutto resveratrolo anticancerogeno) un vino che oltre a dare piacere nella beva da forza e coraggio per affrontare gli eventi della vita (come gli antichi lo decantavano) e con un rapporto qualità prezzo accessibile. Questa innovata tecnologia di vinificazione favorisce l’ottenimento di un vino derivato da succo d’uva integrale, che alla degustazione in cristallo esprime i sui profumi e stempera i suoi eteri come una musica d’aromi e di sapori diventando il meraviglioso clavicembalo delle purissime sinfonie della vita.
Il gusto deve derivare dall’uva (vitigno, terroir) o dalla chimica? A voi la libertà di scegliere.

Dosi moderate di alcool, consumate come vino durante i pasti, svolgono un’azione protettiva sul cuore e contribuiscono a prevenire le malattie cardiocircolatorie.”
Questa notizia, oramai approvata e comprovata, fu trasmessa ufficialmente nel 1991 da un programma televisivo americano e causò un completo svuotamento di tutte le scorte di vino che gli scaffali dei supermercati avevano a disposizione.

L’uso moderato di vino in un soggetto sano è in grado di ridurre di oltre il 25% il rischio di cardiopatie. Ne sono un esempio gli Stati uniti, dove da una ricerca è emerso che i bevitori moderati vivono più a lungo degli astemi.
La tesi è poi documentata anche da quello che è stato definito il “French Paradox“, ovvero il “Paradosso Francese“.

In cosa consiste questa famosa espressione? I francesi conducono una dieta con alte concentrazioni di grassi, burro e formaggio, alimenti considerati ben poco salutari in dosi non corrette.
Inoltre risulta molto diffusa l’abitudine di fumare, aumentando così la probabilità di insorgenza di malattie cardiopatiche e tumorali.

Eppure, nonostante questi comportamenti non esemplari in materia di salute, la percentuale di queste patologie è molto bassa, proprio grazie al diffuso consumo di dosi moderate di vino durante i pasti.

Il vino svolge un ruolo di rilievo sia nel favorire l’eliminazione delle urine, sia nel mantenerle relativamente povere di scorie azotate. Il vino più indicato è in questo caso la tipologia bianco secco, grazie al rilevante contenuto di potassio, variabile in base alla zona di produzione ed ai trattamenti.
Questo sale esercita azione contraria al sodio non favorendo la ritenzione idrica. Anche nei casi di reumatismi implicabili invece ad accumuli di scorie azotate sono consigliati invece vini bianchi secchi per l’azione diuretica e per la proprietà di stimolare l’eliminazione di urati.

In caso di reumatismi accompagnati da forme febbrili sono consigliati vini rossi ricchi di polifenoli come, che svolgono anche una egregia azione antivirale.
 Nei casi di reumatismi implicabili invece ad accumuli di scorie azotate sono consigliati invece vini bianchi secchi per l’azione diuretica e per la proprietà di stimolare l’eliminazione di acqua tra le pareti cellulari, causa di gonfiori dei tessuti.

Dove i componenti del vino intervengono nuovamente è rappresentata dal transito degli alimenti, oramai parzialmente modificati e diventati bolo alimentare, nello stomaco, dove succhi gastrici svolgono importanti azioni di scissione, in particolare nei confronti delle proteine.
In questo passaggio il vino, a contatto con la mucosa intestinale, sollecita una maggiore secrezione di succo, favorendo l’attività digestiva.
Bisogna ricordare, che come anticipato in precedenza il vino presenta un pH acido come anche quello dello stomaco e non interferisce dunque negativamente, al contrario (strano ma vero) dell’acqua che, non essendo acida, svolge azioni di rallentamento.

Invito alla riflessione sulla richiesta

Il vino, pur essendo un prodotto alimentare complesso (coltivazione, vinificazione, imbottigliamento e sottoposto a lavorazioni con uso di molte sostanze chimiche) fino ad ora ha goduto di una favorevole impunità essendo stato esente dall’elencare gli ingredienti in etichetta, come altresì imposto a tutti gli altri prodotti alimentari. La normativa che recentemente ha imposto la scritta in etichetta CONTIENE SOLFITI o equivalenti, in realtà non permette al consumatore di scegliere vini a basso contenuto di solforosa, in quanto la dicitura è imposta sia per vini che contengono 11 mg/l di SO2, che per vini che ne contengono 210 mg/l. Inoltre, fra tutti gli additivi e coadiuvanti di uso enologico, l’anidride solforosa è l’unico di cui si siano verificati gli effetti tossicologici. Pertanto è importante attuare tutti i possibili metodi atti a ridurre il suo impiego in enologia.

Ormai molti produttori hanno ridotto o eliminato l’uso di anidride solforosa nella produzione dei vini. Questo è possibile quando le uve sono sane, ma soprattutto è possibile grazie all’estrazione o all’utilizzo di antiossidanti naturali come ad esempio i tannini di rovere, i tannini ellagici estratti dalle bucce dell’uva, proantocianidine estratte dai vinaccioli e anche l’acido ascorbico, cioè la vitamina C.